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I Giganti |
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| Il territorio |
● Gli alti e colorati pupazzi di legno, stoffa, cartapesta, segatura e altri materiali che i calabresi chiamano “i giganti” sono un re moro e una regina bionda (ma una volta a Siderno operava un quartetto con due giganti “regolamentari” e due più piccoli) e formano una coppia sensazionale di ballerini, immancabile in numerose feste della nostra regione. Le persone che si caricano sulle spalle Mata e Grifone (sono questi i nomi più diffusi) e forniscono loro le gambe per ballare possono manovrare dall’interno gli arti superiori e a volte la testa. Le pagine più illuminanti della percezione del suono dei tamburi nelle comunità paesane calabresi e sulle loro funzioni magico-rituali in connessione con il ballo dei giganti non le ha scritte un musicologo né un antropologo ma il grande narratore di Mileto Giuseppe Occhiato. Quella che segue è una citazione da Oga Magoga (Editoriale progetto 2000, Cosenza 2000): “…. Altre presenze sottane… avevano invaso il paese e… prosperavano… Forse per sdiregnarle, per farle scappare a squagliasangue ci volevano ora i gigantelli, che solo quelli là, con il loro ardimento, con lo squasso insostenibile dei tamburi e della grancassa, erano capaci di sloggiarle…, di straviarle e mandarle all’erramìa…… ma, al momento, (siamo nel 1943, in tempo di guerra) i due arcontari che facevano? Aspettavano, semplicemente, stando all’oscuro e alliccandosi le ferite, che erano stati feriti per davvero, in mezzo ai calcinacci e ai mille armiggi ammassati nello sgabuzzino semidiroccato; aspettavano che arrivasse il momento di risorgere, spolverati e con le pitture rinnovate, con le mutature nuove belle stirate, di uscire alla luce del sole, di correre e ballare vorticosamente al ritmo folle del tarabràn-tabràn-tabràn per le rughe i vichi di Contura, o per i paesi dei dintorni, di respirare aria, di stare in mezzo ai cristiani, di portare allegria ai ninnuzzi e ai cotrarelli. Non essendoci loro, mancando l’opera loro, quei porcheriosi di mali spiriti, avevano avuto campo libero, ritrovandosi padroni di fare ciò che volevano, di invadere mignani, forni, catoi, svolazzare pazzamente per vichi e viuzze, impestando l’aria con l’appraco delle loro puzzure, entrare e uscire dalle case, andare e venire dal paese.”
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